Berlusconi si riscopre vincitore ma non si converte al “modello Toti”

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E adesso l’assalto a Silvio Berlusconi parte davvero, nel centrodestra risuscitato oltre ogni aspettativa. Il “modello Liguria” contro le “larghe intese”, orizzonte mai dismesso neanche durante lo spoglio elettorale. Eccola, la vittoria contesa nel centrodestra. Giovanni Toti, il vero vincitore di queste elezioni, a Porta a Porta lancia la sfida: “Io auspico che la nostra coalizione faccia tesoro dell’esempio che viene dalla Liguria. Dobbiamo valorizzare le nostre classi dirigenti e non cercare uomini della provvidenza come Calenda o Draghi”. Il voto è, come si dice in questi casi, un terremoto. Erano anni che non si vedevano a una tornata amministrative tante bandierine del centrodestra. Passa da 6 a 15 capoluoghi. Espugnata Genova, roccaforte della sinistra. Ma anche La Spezia, Pistoia, Lodi, Piacenza: “Ora – twitta Matteo Salvini – andiamo a governare”.

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Parole, quelle della nuova generazione che vorrebbe guidare un centrodestra alternativo alla sinistra, rivolte soprattutto al vecchio leader. Che ha evitato di mettere la faccia sulle elezioni, che ha fatto trapelare nomi di “papi stranieri” e che, soprattutto, si è mosso solo nell’ottica delle larghe intese col Pd. Ecco, il conflitto che già emerge. Chi si è messo in contatto con Arcore in serata racconta che il Cavaliere è certamente soddisfatto per la vittoria, ma non la considera un miracolo di Toti né solo il frutto dell’asse del Nord: “Abbiamo vinto ovunque, mica solo a Genova”. E ovviamente, si attribuisce nella vittoria molti più meriti di quanti ne abbia e gliene diano i suoi.

Se c’è una ricaduta politica di questo voto, vista da Arcore, non è un’accelerazione sulla costruzione di un’alleanza più solida con Salvini e la Meloni, ma una ripresa della trattativa sulla legge elettorale, forte di un aumentato potere contrattuale nelle urne. Nel corso della giornata, quando i dati erano già chiari Niccolò Ghedini ha mandato più di un messaggio agli ambasciatori del Pd per riprendere il dialogo già da martedì. Tedesco o legge che preveda un premio di coalizione, poco importa. Il senso politico è correre ognuno con la sua faccia, per poi giocare in proprio nel post voto. La lista unica come embrione di un partito unico di centrodestra è vista come uno spettro da evitare più che come un’opportunità da coltivare: “Ora – dice un big azzurro – Toti e Salvini accelereranno e Giovanni è determinato al punto da mettere in conto la rottura, ma Berlusconi ha interesse a prendere i voti per sé per poi fare accordi in Parlamento”. C’entra una ragione che è di fondo. Incandidabile, con poche speranze di essere riabilitato da Strasburgo, acciaccato, il vecchio leader sa che, se si apre un processo politico nuovo che porta a un nuovo assetto, non sarà mai il leader. Rimarrà dunque deluso chi si aspetta che, nei prossimi giorni, cambierà l’approccio di Berlusconi verso il governo, in senso più conflittuale o verso Renzi, difeso su Consip il giorno della chiusura delle urne. “Al voto”, “al voto”, “il governo dovrebbe dimettersi” dichiara in serata la Meloni. Il Cavaliere, invece, tace.

 

Il Mattino